Storie e Memorie – Marita Koch – L’atletica e i piani quinquennali

Alzi la mano chi, guardando una gara di corsa, vedendo un’atleta partire fortissimo e staccare tutti gli altri non ha mai detto: “Sì, va beh. Tanto ora crolla.”
Lo si può dire di un ragazzino alle prime armi, uno che ancora non sa distribuire le energie. Può succedere di dirlo di un buon atleta che imposta male la gara, ma è plausibile pronunciare questa frase per chi ha già vinto un’Olimpiade e realizzato un record mondiale?
No. Impossibile. Irragionevole. Eppure…
Eppure siamo pronti a scommettere che a più di uno degli spettatori che il 6 ottobre del 1985 assistevano alle gare della Coppa del Mondo a Canberra quella frase sia passata per la testa.
Potremmo anche dire il momento esatto: poco dopo la partenza dei 400 piani femminili.
In settima corsia, a rappresentare la squadra europea, c’è la cecoslovacca primatista del mondo Jarmila Kratochvilova, muscolata come un body builder,  in seconda la maglia blu della tedesca est Marita Koch che due giorni prima ha già vinto i 200 in 21.90, alla corda per l’Unione Sovietica corre una promettente atleta ucraina, la ventiduenne Olga Vladykina.
Questa dovrebbe essere la composizione del podio, l’ordine è ancora da stabilire.
Allo sparo l’atleta della DDR scatta come un ghepardo, in cento metri ha già recuperato tutto il decalage alle tre avversarie davanti a lei e continua a spingere.
La sua corsa è rotonda. Passa ai 200 in 21.9. La sovietica è a poco meno di dieci metri, la Kratochvilova sente tutto il peso dei suoi 34 anni e viene risucchiata indietro .
Non c’è discussione. Le altre sembrano ancora al campo di riscaldamento.
Il pubblico australiano non crede ai suoi occhi. A metà dell’ultima curva si alza un’ovazione che accompagna l’atleta della Germania democratica fino al traguardo.
I piedi continuano a girare rapidissimi, le ginocchia a salire e non sembra nemmeno stanca quando sulla finish line cerca il colpo di reni per fermare il cronometro.
Ha chiuso la pratica in 47 secondi e 60 centesimi, un tempo da fantascienza.
La Vladykina è seconda in 48.27. Come Olga Bryzgina, il cognome del marito, sarà iridata a Roma ’87 e oro olimpico a Seul ’88, ma questo rimarrà per sempre il suo personale.
Per immortalare la terza classificata la telecamera deve attendere più di due secondi, fissa sulla linea d’arrivo, l’americana Lillie Leatherwood (50.43).
Questa è la storia di un record che lasciò a bocca aperta tutti.
Quelli seduti sulle tribune e quel ragazzino che la vide in televisione e che “doping” non sapeva proprio cosa significasse.
A trent’anni di distanza tutti sanno tutto dei metodi di allenamento d’oltre cortina e, purtroppo, “steroide anabolizzante” è un termine di uso comune. Globale come McDonald’s o Coca-Cola.
Non sappiamo dire cosa  resti di quella gara (fortunatamente!) irripetibile. Di certo non il valore relativo di un primato che a distanza di anni, anche se non ancora “scaduto”,  ha il cattivo sapore di una pessima medicina.
A noi resta  il ricordo dello stupore entusiasta di un ragazzino che vide una marziana in canottiera blu correre come il vento su un anello rosso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: