Storie e Memorie – Bob Beamon. La storia in sei secondi

Bob Beamon
“C’è sempre qualcosa di cui essere grati. Non essere così pessimista se ogni tanto le cose non vanno come vorresti. Sii sempre riconoscente per gli affetti e per le persone che hai già vicino a te. Un cuore grato ti rende felice.”
Se Bob Beamon avesse conosciuto questa massima del Buddah la sua vita sarebbe stata diversa? Sarebbe comunque uscito per le strade di Città del Messico a cercare un bar dove sbronzarsi? Chi può dirlo.
Quello che possiamo dire è che la sera prima della finale olimpica del lungo il ventiduenne newyorkese sta raschiando il fondo del barile della sua vita.
Bob non è uno nato con la camicia. Sua madre muore a venticinque anni di tubercolosi quando lui ha soltanto otto mesi. Il padre se ne è andato subito dopo la sua nascita, non avendo nessuna intenzione di occuparsi di lui.
E’ la nonna a fargli da famiglia, a cercare di dargli un educazione, ma non è facile tirar su un ragazzino irrequieto che si sbronza e si fa coinvolgere nelle risse che scoppiano quasi ogni sera nelle strade del Queens.
Forse lo sport potrebbe salvare il piccolo Robert. E’ fortissimo sulla pista di atletica, ma ha dei numeri anche sul campo da basket. Quando lo si guarda è facile predirgli un futuro da professionista sulle pedane o fra i canestri.
La svolta arriva quando, durante una gara fra licei,  incrocia la sua strada con quella  di Larry Ellis, un allenatore molto noto, che appena lo vede rimane folgorato dal suo talento. Il destino ha deciso: il suo futuro sarà con le scarpe chiodate ai piedi e la maglia della Texas University di El Paso sulle spalle.
E il 1965 quando lascia New York. Per tre anni lavora duro e continua a progredire, ha un obiettivo: le Olimpiadi messicane. Farà di tutto per raggiungerlo.
Non è facile dire se un uomo ha un brutto carattere o se, semplicemente, è un uomo di carattere. Fatto sta che il ragazzo di Queens ha praticamente raggiunto il suo sogno quando rifiuta di gareggiare contro la Brigham Young University, l’ateneo fondato dai mormoni, congregazione religiosa nota all’epoca per le posizioni apertamente razziste.
Questo “NO” rappresenta l’inizio di una caduta che sembra senza fine. Perde la borsa di studio, viene sospeso dall’università e di conseguenza perde il suo tecnico. Ben presto si ritrova in una situazione finanziaria disastrosa e viene abbandonato dalla moglie.
E’ una barca senza timone.
A dargli una mano arriva il suo compagno di squadra Ralph Boston, il primatista mondiale, oro a Roma e secondo a Tokio, che comincia ad allenarlo. Ovviamente in via ufficiosa. La cosa non farebbe piacere a molti.
Boston è l’unica nota positiva in una situazione che giorno per giorno va peggiorando su tutti  fronti. Beamon è scoraggiato, ma decide comunque di partire per il Messico. Ha lavorato duro per essere ai Giochi. Non rinuncerà.
Da dx: Jesse Owens e Ralph Boston

L’angoscia per tutto ciò che gli sta accadendo non lo fa dormire la sera prima della gara e allora decide di andarsene dal villaggio Olimpico per cercare un posto dove la tequila riesca a calmarlo.

La mattina dopo si presenta alla gara ancora un po’ stordito e in deficit di sonno.
Anche il tempo non è dei migliori: fa freddo, c’è vento e all’orizzonte si sta preparando un brutto temporale. Non c’è molto da aspettarsi dalla giornata insomma.
Il favorito,ovviamente, è Boston che in qualificazione ha stabilito il nuovo record Olimpico  con 8.27m. 
I primi tre a saltare vanno tutti oltre la linea del nullo. Con quel vento non è facile avere una rincorsa precisa.
“In pedana Beamon” urla il giudice. Ed è come se avesse pronunciato una formula magica per un incantesimo.
A Bob servono solo sei secondi per il suo “abracadabra”, da quando muove per la prima volta il piede a quando tocca la sabbia. La rincorsa è veloce, progressiva, i piedi volano, lo stacco è potente. Appena atterra rimbalza via come una molla e continua a correre intorno alla pedana. E’ soddisfatto. Sa di aver fatto qualcosa di buono.

Non sa quanto.

“Pensavo di essere arrivato intorno a otto metri e trenta, magari  otto e trentacinque” racconterà in un intervista.
Ai giudici serve un bel po’ per misurare il suo salto. Lo strumento ottico non basta, cercano un decametro a nastro. 
Quando circa un quarto d’ora dopo sul tabellone appare la misura lo stadio, letteralmente, esplode. Ma il ragazzo di New York non ha grande confidenza con il sistema metrico decimale e continua a non capire. E’ proprio Boston a chiarirgli le idee. “Bob, 8 metri e 90 centimetri sono più di 29 piedi!”.
Sembra impazzire di gioia. Corre, balla, salta, prega, poi improvvisamente l’emozione ha il sopravvento, le forze lo abbandonano. Si accascia a terra piangendo. Ha migliorato il record del mondo di 55 centimetri, non riesce a credere a quello che ha fatto.
Ma quel balzo per lui diventa come il volo di Icaro. E’ salito talmente in alto che il sole ha sciolto le sue ali di cera.
Dopo i giochi olimpici torna all’Università e cerca di diventare un professionista del basket. Viene anche selezionato per un provino dai Phoenix Suns, ma non ce la fa. E’ totalmente travolto dalla sua stessa fama e ricomincia a sperperare il suo denaro in spese folli che non riescono a riempire i suoi vuoti esistenziali. La frustrazione di non riuscire ad essere all’altezza della sua stessa icona lo distrugge. 
Nuovamente sommerso dai debiti cerca di tornare alle gare, ma non è lo stesso uomo. Ha problemi al piede di stacco e non vola più. Non supererà mai più gli otto metri.
Nel ’72 si laurea in sociologia e scompare in una vita di anonimato lontano dai riflettori.
“Tu hai ucciso questa specialità” gli disse Lynn Davies, l’inglese olimpionico di Tokio, subito dopo il suo salto miracoloso. Aveva ragione.
Serviranno 23 anni e due atleti fantastici per superare quel record.

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