Pechino 2015. L’ultima cartuccia

Gianmarco Tamberi

E ora di cartucce ce ne rimane una sola.
Sarebbe semplice dire che “la sfiga colpisce gli sfigati”. Scusate il francesismo.
Semplice e riduttivo.

Se tu hai lavorato duro, hai fatto tutto ciò che dovevi fare, come si dice con scienza e coscienza, contro quella percentuale di imponderabile che c’è in qualunque tipo di attività umana non puoi far nulla. Il problema qui sembra essere che a qualcuno manchi la scienza e ad altri la coscienza. Che i talenti veri della nostra atletica siano pochini, siano mal gestiti e che molti galleggino in una situazione un po’ melmosa in cui, se imparano a stare a galla senza agitarsi troppo, possono garantirsi un’esistenza serena e privilegiata per qualche annetto.
La lezione che esce da questi mondiali è che se non fai i compiti a casa non puoi pretendere di superare la verifica in classe.
Quando le cose non vanno non puoi dire che la colpa è del Professore che ce l’ha con te, o che il tuo compagno di classe che prende tutti dieci in qualche modo bara (ma tu non hai nessuna prova per dimostrarlo…). Oppure che hai “mangiato qualcosa che ti ha fatto male e non hai potuto rendere al meglio”…
Questa quando l’ho sentita mi ha fatto veramente incaz… di brutto.
Pedro Pablo Pichardo
Qualcuno è giustificabile? Certo, alcuni venivano da infortuni gravi, alcuni si sono infortunati all’ultimo momento, altri semplicemente hanno beccato una giornata no di una stagione tutto sommato discreta. Ma questo non può valere per tutti. Non è giustificabile un professionista che si presenta a una rassegna iridata e fa un risultato con cui non si sarebbero vinti i Campionati Italiani Promesse. E non è giustificabile che alla domanda del giornalista, tra l’altro tutt’altro che puntuta e insidiosa, risponda: “Non so cosa sia successo”. E’ successo che forse non hai fatto ciò che dovevi. Oppure che lo hai fatto, ma a sbagliare è stato chi ha organizzato il tuo programma di allenamento. Oppure che le tue possibiltà di risultato sono quelle e non puoi andare oltre. In ogni caso sei un professionista, devi almeno immaginare cosa non è andato a buon fine. Sei un uomo adulto, devi essere in grado di prenderti le tue responsabilità.
Genzebe Dibaba
In una competizione, e lo dico convintamente e senza retorica, il vincitore finisce sotto i riflettori, ma l’ultimo classificato, se ha dato tutto il meglio di se, è altrettanto meritevole di stima. Ciò che non va nei nostri atleti è la carenza di autocritica, la scarsa capacità di farsi carico delle proprie responsabilità.
Il feroce articolo uscito qualche giorno fa su “Repubblica” (potete leggerlo qui) è stato accolto malissimo da molti nel nostro mondo. “Si parla di noi solo quando le cose non vanno”, “Ma che ne sanno di quello che ci sta dietro una stagione” ecc. ecc. Questi sono i commenti che ho letto in giro per il web. E parzialmente li condivido. Così come condivido la critica alla parte dell’articolo che vorrebbe che i minimi di partecipazione venissero ripetuti più volte. Se ottengo il limite ho il diritto di partecipare e il dovere di cercare di essere al meglio in quell’occasione. Ma non si può chiedere a un atleta, che magari deve sforzarsi molto per superare quel limite prima della scadenza dei termini di iscrizione, di trovare un secondo picco di forma a distanza di uno o due mesi.
Anita Wlodarczyk
Al tempo stesso non possiamo fingere di non sapere che il sistema dei gruppi militari che da un lato è la salvezza del nostro sport, dall’altro crea delle situazioni di “garantismo” a oltranza che invece di promuovere il talento lo soffocano, facendogli intravedere la possibilità di andare avanti con un pacifico tran tran anche senza ottenere grandi miglioramenti. La cosa veramente importante è che si mantenga su livelli medi e si ricordi di salutare e ringraziare il Comandante del corpo di appartenenza quando si trova davanti alle telecamere.
Di Bolt ne nasce uno ogni trent’anni. Le Dibaba, i Taylor, i Pichardo, le Wlodarczyk non crescono sotto gli alberi. Nelle ultime competizioni europee “Under”, Tallinn ed Eskilstuna, abbiamo visto molti buoni atleti e qualcuno che ci è parso un talento con la “T” maiuscola. La speranza è quella di non perderli per strada mentre siamo impegnati a mettere la testa sotto la sabbia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: