Pensieri e Parole – Non è necessario essere idioti per essere veloci

Yohan Blake
Arriva per tutti quel momento in cui ti rendi conto di aver passato il valico che sta fra la giovinezza e l’età adulta che, inevitabilmente, diventerà vecchiaia. 
Il sintomo che ti illumina su questa sgradevole e poco raccontata verità è unico e inequivocabile.
L’anagrafe non conta nulla. Non sono i capelli che ritrovi sul cuscino al mattino, non è nemmeno quel dolore al ginocchio che si presenta puntuale uno o due giorni prima che il tempo volga al brutto e neppure il fatto che le commesse ventenni non ti accolgano più con un “Ciao!”, ma con un “Come posso aiutarla…SIGNORE?”. Certo è un brutto colpo, ma sono aspetti superficiali, piccoli segnali trascurabili.
Il suono della campana dell’ultimo giro della gioventù lo senti distintamente il giorno in cui ti scopri intollerante all’ultima tendenza del momento. Il giorno in cui guardi qualcuno un po’ più giovane di te (che siano cinque o quindici gli anni che vi separano non importa) che cerca di mettersi al centro dell’attenzione con qualche atteggiamento eccentrico e tu senti nascere dentro un leggero fastidio, che non capisci a cosa sia dovuto, ma cresce sempre di più fino a riempire tutto il tuo spirito, fino a tradursi in una frase ben precisa dentro la tua testa. 
Nell’istante esatto in cui quel sentimento prende una forma sintatticamente comprensibile non c’è più niente da fare. Cerchi di lottare, non è da te avere certi preconcetti. Ognuno è libero di esprimersi come vuole. Quello che provi ti infastidisce. Poi lentamente cedi, ti abbandoni al lato oscuro della forza, la vergogna lascia il passo alla sensazione di essere nel giusto ed è solo il retaggio dell’educazione inculcatati dai tuoi genitori che ti impedisce di  guardarlo con malcelato disprezzo e dirgli, più o meno pacatamente: “Ma vai a zappare!”
Io ho scoperto di aver scollinato il Gran Premio della Montagna poco prima dei quarant’anni, guardando le batterie dei cento metri in una manifestazione internazionale. Europei? Mondiali?
Olimpiadi? Francamente non lo ricordo. Non ricordo nemmeno chi fossero gli atleti in gara. Quello che ricordo perfettamente è che al momento della presentazione dei partenti uno di loro, invece di salutare il pubblico sugli spalti, guardò fisso nella telecamera, si battè un paio di volte sul petto, fece degli strani gesti, terminando il tutto con una strizzata d’occhio a noi che stavamo al di là del teleschermo.
Da quel giorno la mia somiglianza emotiva ad Abraham Simpson è andata aumentando sempre di più.
Mo Farah
Non c’è manifestazione internazionale in cui non aumenti il mio desiderio di invitare quei giovani  a dedicarsi all’agricoltura. Quantomeno.
Quando la telecamera comincia a riprendere gli atleti dietro i blocchi di partenza inizia una serie di stucchevoli pantomime, ammiccamenti, baci allo stemma dello sponsor tecnico, alcuni mimano tigri, altri pistolettate verso noi telespettatori, altri ancora si esibiscono in discutibili danze propiziatorie. Attualmente i peggiori per i miei reflussi biliari sono quelli che con il dito sottolineano il nome del paese che rappresentano: “Ma cosa (censura) ti sottolinei (censura)? Ma cosa pensi? Che non sappiamo leggere? (censura)”
Il fenomeno purtroppo peggiora di anno in anno e se un tempo era ristretto alla cerchia dei velocisti ora dilaga senza freni, senza distinzioni di sesso, religione o provenienza geografica. Nemmeno il valore dell’atleta è una discriminante. Dal peso ai 400 ostacoli, dall’asta ai 1500 metri, quando l’aspirante divo in canottiera vede la telecamera non c’è salvezza possibile e sembra di trovarsi di fronte a un povero idiota posseduto dallo spirito di Marcel Marceau sotto Lsd.

Quando mi trovo davanti allo spettacolo di un venticiquenne muscolato come un buttafuori del Cocoricò che simula disturbi che ricordano il morbo di Parkinson, la mia pressione arteriosa schizza alle stelle, mi si gonfia la giugulare e, nei casi più gravi, mia moglie deve imbracciare il violino e iniziare a suonare per riuscire a placare la mia ira funesta.

Perchè racconto tutto questo? Perchè comincio a chiedermi se la mia è una reazione normale o se ho irreversibilmente imboccato il viale del tramonto, se il mio è buon senso o sono i primi sintomi dell’Alzheimer che mi sta aspettando dietro l’angolo. 
Ma soprattutto per trovare una risposta alla domanda che mi sono posto qualche giorno fa: “Ma è proprio indispensabile essere imbecilli per essere veloci?”

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