Storie e Memorie – L’importanza di chiamarsi Serghey

Pietro Mennea
Il 31 agosto del 1984 Roma è avvolta da una cappa di caldo e lo stadio Olimpico non è certo il luogo migliore per  rinfrescarsi, ma sono passate solo due settimane dalla chiusura delle Olimpiadi di Los Angeles e la curiosità di ammirare da vicino i campioni visti in tv è troppa.
Rararmente le tribune sono state così piene senza che sul rettangolo verde ci fossero undici maglie giallorosse o con un aquila sul petto.
Il boicottaggio dei giochi americani da parte dei paesi del patto di Varsavia fa sì che in riva al Tevere vadano in scena delle vere e proprie rivincite. Al Coliseum hanno vinto veramente i migliori?
E’ su questa domanda inespressa che la Fidal di Primo Nebiolo ha costruito un cast di altissimo livello.
Per citarne solo alcuni ci sono l’americana Valerie Brisco-Hooks che in California ha dominato 200 e 400, l’altista bulgara Lyudmilla Andonova (allora primatista mondiale con 2.07m), c’è Pietro Mennea, c’è il campione mondiale del disco, il cecoslovacco Imrich Bugar, ma la sfida vera, quella che tutti aspettano è quella fra i grandi delusi del salto con l’asta.
Serghey Bubka
Da una parte il ventunenne campione iridato e primatista mondiale Serghei Bubka che a causa del “Niet” dell’Unione Sovietica non ha potuto tentare di mettersi al collo una medaglia a cinque cerchi, dall’altra il francese Thierry Vigneron, che a Los Angeles c’è andato ma è incappato in una giornata storta ed ha dovuto guardare dal gradino più basso il connazionale Pierre Quinon ricevere la medaglia d’oro. Quello che nessuno può nemmeno immaginare è che  quella sfida darà vita alla più grande gara di salto con l’asta di tutti i tempi.
La gara non parte con il botto, forse il caldo eccessivo, forse il nervosismo, in ogni caso gli errori degli atleti in gara sono tanti. Bubka supera i 5.60 alla seconda prova,  a Vigneron   servono due tentativi dieci centimetri più su.
Thierry Vigneron
A 5.81 sono rimasti solo loro due. Buona la prima per Vigneron, all’ucraino invece serve il bis.
La facilità con cui supera l’asticella alla quota successiva la dice lunga sulle condizioni di quello che ancora non sa che diventerà  “lo Zar”, mentre al transalpino servono due rincorse. A questo punto Bubka “passa” e chiede il nuovo record del mondo: 5.91.
“Il record del mondo era solo una questione secondaria – dirà il francese in un intervista – quella notte contava solo vincere”. E sa che per vincere dovrà economizzare le forze. Passa direttamente anche lui a 5.91 e scende in pedana per il primo tentativo.
Sbaglia. Si sdraia a terra e comincia a fumare nervosamente. Poco dopo sbaglia anche il suo avversario.
Appena tocca i sacconi dopo il secondo tentativo Vigneron rimbalza in piedi e alza le braccia al cielo. Ha appena migliorato per la quinta volta il record mondiale. Il pubblico romano è in delirio.
Bubka alza la posta, o tutto o niente. Passa ancora una volta e chiede di effettuare le due prove successive a 5.94. Vigneron accende una sigaretta dopo l’altra mentre attende che il sovietico scenda in pedana per il primo dei due tentativi che gli restano, la tensione sale inarrestabile.
Finalmente arriva il momento.
Bubka solleva l’asta, la sua corsa è rotonda e potente, lo sguardo determinato. Negli attimi successivi al decollo, quando inevitabilmente ritorna verso terra sa di essere andato più in alto di tutti.
L’Olimpico esplode in un’ovazione che è un mix di ammirazione e incredulità: due record del mondo in cinque minuti, non si è mai vista una cosa simile.
Ma non è ancora finita. La combattività del francese lo porta a tentare i 5.97, ma la sua benzina è finita sei centimetri prima. Lo “Zar” chiede i sei metri, ma non è questa la serata giusta.
La serata giusta. il momento di superare quello storico muro arriverà poco meno di un  anno dopo, proprio nella patria del suo valoroso avversario,  a Parigi.
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