Pensieri e Parole – “Talento”.Chi era costui?

L’autunno per il popolo dell’atletica non sono le foglie che ingialliscono sugli alberi. Non è nemmeno vino e castagne, è il periodo di quiete agonistica, il momento in cui andare in “letargo” in palestra per risvegliarsi ancora più pimpanti in pista quando tornerà la primavera e, forse proprio perchè la frenesia da cronometro cala, quello in cui i progetti escono dai cassetti per trovare una dimensione di realtà.
Qualche giorno fa, durante la periodica ricerca di eventuali novità sul sito della federatletica dell’Emilia-Romagna, il titolo di una notizia ha attirato la nostra attenzione: “Coni Regionale – Progetto Talento”.
E giù un bel brivido lungo la schiena. Come si dice…”i primi freddi”.
Se esistesse una “Wikiatletica” la definizione di “Talento” probabilmente non sarebbe troppo dissimile da quella di Santo Graal. Nel corso degli anni abbiamo visto frequentemente questa parola sulle dichiarazioni d’intenti dei vari enti di politica sportiva, accoppiata non solo alla sua più assidua compagna di viaggio “Progetto”, ma anche all’altrettanto utilizzata “Obiettivo” o al nome delle future sedi olimpiche. Sidney, Atene, Londra, Pechino… Protocolli operativi ben strutturati dalle finalità spesso (se non sempre) simili: sostenere gli atleti con grandi potenziali nella loro crescita sportiva tramite attività di catalogazione delle loro caratteristiche psicofisiche e il monitoraggio delle loro capacità attraverso la somministrazione di test di varia natura.
 Progetto Talento 2007.
Quanti sono diventati atleti di livello internazionale?
Grazie alla benemerita/terrorizzante caratteristica di internet di rendere quasi impossibile l’oblio di qualunque iniziativa sia stata condivisa in rete, chiunque può verificare abbastanza facilmente che l’utilità di queste reiterate attività sia stata pressoché nulla. 
“Prevenire l’abbandono agonistico” è uno dei mantra ricorrenti di queste liste di buoni propositi su carta intestata federale o a cinque cerchi. Lodevole intento, peccato che nessuno dei protocolli che ci è capitato di esaminare in questi anni abbia mai esposto come si intendeva procedere in concreto e anche quest’ultima iniziativa del tandem Coni/Unibo non fa eccezione quando si cerca di comprendere quale possa essere il percorso che porta dall’ideale al reale.
Forse perchè non c’è una serie di step standardizzabile? O, al contrario perchè un itinerario è sì possibile, ma richiederebbe una serie di interventi di così ampia portata e su così tanti diversi ambiti che appare ciclopica agli stessi estensori del documento?
Altra stella polare di questi programmi sono i test di valutazione funzionale. 

Ammettendo che ogni atleta talentuoso sia allenato non da un volontario (spesso autodidatta) entusiasta e massimamente meritevole di rispetto, ma da un tecnico “professionista” e massimamente competente, in quali aspetti pratici si manifesterebbe l’intervento di supporto e sviluppo da proporre alle famiglie? Quali benefici può trarre dai responsi di un test con la pedana di Bosco un allenatore che nella vita di tutti i giorni deve confrontarsi con attrezzature inadeguate e sfruttare la sua fantasia e il suo spirito di adattamento per affrontare le difficoltà? 
Ultima obiezione in elenco, ma forse prima per rilevanza: è possibile apporre l’etichetta di atleta di talento a un giovane che ha appena raccolto i primi risultati importanti?
I ragazzi che sono stati convocati per partecipare a questa iniziativa hanno certamente meritato la considerazione di cui godono grazie alle loro performance nella stagione appena conclusa e hanno tutte le ragioni di esserne orgogliosi, ma è cosa nota che il livello prestativo in età giovanile non sia di per sè indicazione sufficiente per poter definire un’atleta “talento”. 
In soldoni: alcuni di quelli che oggi sono i leader delle graduatorie potrebbero aver raggiunto questo traguardo non perchè realmente in possesso di particolari capacità, ma grazie a una precoce maturazione fisica, o a causa di un’eccessiva intensità degli allenamenti ed essere superati tra qualche tempo da coloro che oggi occupano le posizioni di rincalzo delle graduatorie e che, apparentemente a ragione, non vengono considerati prospetti interessanti. 
Il rischio di una sperimentazione condotta in questo modo a nostro avviso è quello di puntare oggi su un “cavallo” che tra qualche tempo si fermerà comunque e di trascurare e perdere per strada quelli che ora sono diamanti grezzi ma che potrebbero essere le gemme preziose di domani.

La soluzione potrebbe essere quella di spostare il focus dalla ricerca del talento alla formazione di chi quel talento dovrà gestirlo (il tecnico) e lavorare su un doppio binario: da un lato favorire il reclutamento con reali e impattanti iniziative di promozione che creino un ampio bacino d’utenza, dall’altro attingere a quell’enorme serbatoio di entusiasti volontari per creare e incentivare tecnici competenti che sappiano distinguere nel bacino di cui sopra fra uno zircone e un diamante ancora da tagliare.
Ma questo tipo di percorso non produce risultati pubblicabili su una rivista scientifica e richiede un impegno reale e una distribuzione delle risorse che modificherebbe molti degli attuali equilibri.
Il filosofo americano Elbert Green Hubbard scrisse: “C’è qualcosa di molto più prezioso, raffinato e raro del talento. E’ il talento di riconoscere le persone di talento.”
Già…
Qui il progetto completo

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