Pensieri e parole – Person of Interest

E’ come nelle serie televisive. Quelle con una trama strutturata e avvincente tipo “Lost” o “Person of Interest”, quelle a metà strada fra il thriller e la fantascienza.
La sera in cui viene trasmesso l’episodio niente calcetto con gli amici, niente “cinemino” con la fidanzata, meno che mai una stramaledettissima riunione di condominio. Quella sera non si esce e si spegne il telefono. Niente distrazioni, non puoi permetterti di perdere nemmeno una puntata o rischi di non capire più nulla di quello che succederà poi. 
Lo giuriamo, non abbiamo ceduto alle lusinghe pedatorie nè abbiamo scelto la via del quieto vivere con la nostra dolce metà. Il senso del dovere ci ha portato a seguire con viva attenzione ed empatica compartecipazione ogni passo dell’avventura Schwazer/Donati. Ogni illuminata dichiarazione del tecnico, ogni presenza televisiva in cui l’atleta raccontava la sua rinascita, il suo percorso salvifico dagli abissi dell’errore al pieno recupero sportivo, attraverso la presa di coscienza, l’espiazione e la denuncia di chi lo aveva indotto in tentazione.
I maligni di cui è pieno ogni angolo del mondo, certamente non noi, potrebbero dire che, data la massiccia esposizione mediatica di quella che da alcuni sprezzanti commentatori è stata definita la strana coppia, sarebbe risultato piuttosto difficile perdersi una dichiarazione dell’altoatesino o una rivelazione del paladino dell’antidoping. Ma quelli che dicono questo sono persone cattive, che non meritano alcuna considerazione e certamente non sono i loro malmostosi giudizi a turbarci. 
No, quello che veramente non ci da pace è ciò che abbiamo letto questa mattina sulla Gazzetta dello Sport. Ieri sera eravamo rimasti ammutoliti alla notizia che dopo anni e anni di eroico servizio, lasciatecelo dire, Sandro Donati aveva deciso di abbandonare l’agenzia mondiale antidoping, proprio poche ore dopo il test di Saxa Rubra in cui era sostanzialmente riuscito a dimostrare di aver riportato sulla retta via la pecorella smarrita.

Un duro colpo da incassare. Avevamo pensato di esserci addormentati inconsciamente prima della fine di una puntata oppure a un “buco di sceneggiatura”, a volte capita anche ai migliori scrittori di lasciare qualcosa di incompiuto. Eravamo andati a dormire un po’ scossi, ma questa mattina ci eravamo risvegliati fiduciosi di riuscire a riprendere le fila della storia al successivo appuntamento. Illusi! 
Quando durante il rito mattutino del caffè ci siamo soffermati a sfogliare la “rosea” sul frigo dei gelati, due colonne di trafiletto hanno definitivamente rovinato la nostra giornata: “Donati ‘Lontano dalla Wada’. La replica: ‘Non è consulente’.” Da quel momento un profondo senso di inquietudine non ci ha più abbandonato per tutta la giornata e ora che si avvicina il momento di tornare a posare la testa sul cuscino si fa ancora più opprimente.
“Non è possibile – ci siamo detti – sono anni che in tutti gli articoli in cui si parla di lui viene qualificato di volta in volta come consulente, collaboratore o esperto della WADA. Ogni intervista, ogni servizio televisivo ricordava quale fosse il suo ruolo a fianco dell’ente mondiale che si occupa di combattere quei “campioni senza valore” contro i quali il nostro si batte da sempre. Non è giusto che un uomo che ha dato così tanto alla cauisa della lotta al doping venga scaricato in questo modo da un passacarte qualunque, tal Oliver Niggli che viene qualificato come Direttore Esecutivo dell’Agenzia.
E che oltraggio leggere che sarebbe stato un illustre sconosciuto funzionario che risponde al nome di Pierre Edoard Sottas a richiedere i controlli per l’altoatesino. Abbiamo visto tutti l’intervista a Rai Sport in cui Donati si assumeva la meditata e dolorosa responsabilità di aver segnalato Schwazer in quanto possibile assuntore di sostanze. E Donati è uomo che merita fiducia e rispetto.
Così come meritano fiducia e rispetto tutti i giornalisti e gli organizzatori di conferenze che del titolo di collaboratore WADA lo hanno fregiato nel corso degli anni e che, ne siamo più che certi, hanno verificato il suo curriculum con certosina attenzione. 
E poi come sarebbe potuto essere possibile che il tecnico italiano millantasse per anni una qualifica che non gli apparteneva senza che nessun dirigente dell’organismo mondiale si accorgesse di niente?
No, tutto questo non è possibile. Dobbiamo esserci persi una puntata senza rendercene conto.
Oppure la nostra lettura di questa mattina è stata soltanto un brutto sogno, uno di quelli difficili da distinguere dalla realtà. Anche perchè, nonostante tutte le nostre ricerche, sulla rete non si trova alcun accenno a questa ingarbugliata vicenda. 
Deve essere proprio così, non c’è altra spiegazione possibile. Ma continueremo a cercarne una credibile.

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