#RoadToRio – The rule 40. L’immagine è mia, ma la gestisce il Cio

Stai per coronare il sogno di tutta la tua carriera sportiva e fra pochi giorni sarai a Rio per partecipare alle Olimpiadi? Allora faresti meglio a leggere bene, molto bene, la “Rule 40”, quella che disciplina i diritti di sfruttamento dell’immagine degli atleti olimpici.
Il vademecum che è stato distribuito anche agli azzurri in partenza per il Brasile (scaricabile a questo link) è piuttosto chiaro in merito: “La Rule 40, paragrafo 3, specifica: “Con l’eccezione dei casi permessi dal Consiglio Esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale, nessun concorrente, allenatore, coach o arbitro che partecipa ai Giochi Olimpici può permettere che la sua persona, nome, immagine o performance sportiva sia usata per scopi commerciali durante i Giochi Olimpici”.

La campagna contro la Rule 40 vola sulle ali dell'ironia
La campagna contro la Rule 40 vola sulle ali dell’ironia

Per poi proseguire con queste specificazioni: “La Rule 40 si applica all’uso del nome e dell’immagine della atleta in tutte le forme di advertising (che sia stampa, tv, radio, digital, affissione, etc.) e Social (Twitter, Facebook, Instagram, etc.)”.

Ovviamente la regola 40 si applica esclusivamente ai brand che non hanno partnership a cinque cerchi, ma in occasione di Rio 2016 il Comitato Olimpico Internazionale ha diramato delle nuove linee guida sulla spinosa questione, che dovrebbero facilitare il rapporto fra le aziende che investono in pubblicità e gli atleti che fanno da testimonial ai loro prodotti.
Apparentemente almeno, perchè le deroghe alla normativa sono talmente cavillose da rendere in pratica impossibile effettuare una campagna di comunicazione minimamente efficace.
Gli sponsor che non hanno ottenuto il placet del Cio, per esempio, non possono

Il congedo per la Rule 40 di Emma Coburn
Il congedo per la Rule 40 di Emma Coburn

incoraggiare l’atleta o congratularsi con lui sui social per sue buone prove, non possono postare sue foto che abbiano un anche minimo riferimento a Rio 2016. L’atleta non può postare, nemmeno sul suo sito personale, foto del villaggio olimpico o di se stesso all’interno degli impianti di gara se sulla stessa pagina figura un banner pubblicitario di un soggetto non certificato. E via proibendo.

Un labirinto di prescrizioni talmente difficile da interpretare che molti atleti, per i quali l’apporto economico di queste aziende è assolutamente vitale, hanno preferito mettere a “bagnomaria” queste collaborazioni dal 27 luglio fino al 24 agosto, il periodo in cui sarà in vigore questa norma, per evitare a se stessi e ai loro mecenati cause civili dalle conseguenze imprevedibili.
Un problema non particolarmente sentito in Italia, dove i professionisti (ça va sans dire escludendo calcio e pochissimi altri sport di squadra) sono quasi tutti inquadrati nei gruppi sportivi militari, ma di fortissimo impatto nei paesi dove le partnership pubblicitarie fra atleti e aziende sono il meccanismo che permette di potersi allenare come viene richiesto a chi si trova ai massimi livelli mondiali e che non ha mancato di suscitare forti polemiche alla vigilia del coprifuoco comunicativo.
Se siete i responsabili della comunicazione di società che sponsorizzano atleti olimpici ricordate che non potrete utilizzare nelle vostre inserzioni termini quali: “Oro”, “Argento”, “Bronzo”, “Podio”, “Italia Team”, ma anche le apparentemente innocue “Vittoria”, “Brasile” e la perniciosa “Estate”.
Com’era il motto di De Coubertin? L’importante è partecipare? Agli utili.

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