Il doping va punito con il carcere?

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Tre anni di carcere per doping. E’ questa la pena minima che rischia il maratoneta etiope Birahun. E’ giusto punire gli atleti dopati con la galera? La Wada avanza dubbi, la Iaaf è per la linea dura.
Il dibattito è aperto
Girmay Birahun
Girmay Birahun

L’agenzia mondiale antidoping ha nuovamente espresso la sua perplessità riguardo alle legislazioni nazionali che prevedono il carcere per gli atleti che risultino positivi a un controllo antidoping.
Sotto i riflettori questa volta è finito il caso del maratoneta etiope Girmay Birahun, risultato positivo al Meldonium in un test “out of competition” effettuato lo scorso anno.
Il ventiduenne Birahun, che in curriculum ha un personale di 2.05.49 e le vittorie delle maratone di Pechino, Ottawa e Daegu, rischia ora di passare dietro le sbarre almeno tre anni dopo che il governo etiope ha impostato una campagna di tolleranza zero contro gli assuntori di sostanze dopanti in seguito ai casi di positività e ai rumors poco rassicuranti che hanno coinvolto alcuni atleti e tecnici del paese. Russia docet.
La Wada non ha commentato ufficialmente il caso specifico, che non è ancora giunto a una conclusione giudiziaria, ma ha ribadito la linea dell’agenzia secondo cui le pene detentive vanno inflitte non agli atleti, bensì ai trafficanti di sostanze e agli allenatori che le somministrano.
E’ stata invece dura ed esplicita la presa di posizione di alcuni importanti dirigenti internazionali. Fra queste spicca quella di Richard Ings, l’ex capo dell’antidoping australiano che in un tweet al veleno non ha nascosto il suo pensiero sulla svolta rigorista: “Dopo decenni di inattività l’Etiopia si è convertita alla criminalizzazione di ogni test positivo.”

Richard Ings
Richard Ings


“Non abbiamo intenzione di interferire con le leggi dei singoli stati – ha dichiarato un portavoce dell’organismo internazionale al magazine Insidegames – la sovranità dei governi nazionali non è in discussione. Tuttavia, per quanto riguarda gli atleti, il ricorso alla giustizia sportiva che prevede un primo grado e un appello al Tas è un metodo consolidato e ratificato dai governi statali e dalle organizzazioni sportive nella conferenza mondiale svoltasi a Johannesburg
nel 2013.
Il codice antidoping è stato revisionato da un gruppo di giuristi internazionali di altissimo livello e la sanzione per la prima positività è stata estesa da due a quattro anni, pena che è stata ritenuta più consona per l’infrazione, ma continuiamo a ritenere che non debba essere ritenuta un reato penale. Incoraggiamo invece i governi a promulgare leggi che colpiscano duramente i trafficanti e i medici e i preparatori che le mettono a disposizione degli atleti.”
Il dirigente Wada, citando il caso dell’Italia, ha comunque ammesso che i paesi che hanno introdotto la responsabilità penale per gli atleti hanno ottenuto risultati positivi nel perseguire anche chi sta dietro le quinte di questi traffici illeciti.  “La possibilità di essere messi in carcere fa sì che siano molto spesso più collaborativi nelle indagini.”
Da marzo scorso l’Etiopia è stata inserita nella lista nera dei paesi da tenere sotto controllo: l’arresto in Spagna dell’allenatore della Dibaba trovato in possesso di Epo e le positività di Endeshaw Negesse (vincitore della maratona di Tokio 2015) e della naturalizzata svedese Abeba Aregawi (iridata di Mosca 2013 nei 1500) hanno gettato l’ombra del sospetto sullo sport del paese africano.

 

Haile Gebrselassie
Haile Gebrselassie

La Iaaf sembra essere su posizioni molto più intransigenti e, pur senza commentare il caso specifico che non è ancora giunto a sentenza, l’opinione della federatletica mondiale sarebbe che la condanna al carcere possa mandare un messaggio forte e di questo avviso è anche Haile Gebrselassie, il leggendario long runner da qualche tempo alla guida dell’atletica etiope, che ha rivelato che la sentenza sul caso di Birahun potrebbe essere emessa il mese prossimo.
“Dobbiamo essere severi e dobbiamo infliggere pene pesanti – ha dichiarato al quotidiano inglese The Indipendent – Se noi saremo duri il resto del mondo dovrà fare lo stesso.
Abbiamo bisogno di atleti onesti, che rifiutino le scorciatoie, atleti che credano nel valore della fatica e non ricorrano alla chimica. Chi si dopa si avvantaggia nel breve periodo, guadagna molti soldi, ma alla lunga se ne pente. E’ come se stesse portando via il denaro direttamente dalle tasche degli avversari. Non voglio appoggiare in nessun modo persone del genere “

 

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Un pensiero riguardo “Il doping va punito con il carcere?

  • febbraio 10, 2017 in 4:11 pm
    Permalink

    Salve a Tutti ( appassionati di sport e non ) …. Io sarei dell idea ( come per il Body Building …. se non erro ) per qualsiasi sport , di proporre la strategia delle 2 CATEGORIE : Quella dei DOPATI e l altra dei NON ….. così forse un bel di il Tutto si semplificherebbe !!!!
    Che ne dite ??
    Matt 😆😎👍

    Risposta

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